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NEW DEAL VERDE – USCIRE DALLA CRISI DIVERSI E MIGLIORI

quadratoPer raggiungere questo obiettivo occorre definire e realizzare un programma radicale (nel senso delle radici) per una società capace di futuro che sappia prendersi cura di chi ne fa parte. In questa fase è indispensabile, per resistere alla crisi, creare anche nel nostro territorio un tavolo comune tra tutti i soggetti che hanno a disposizione risorse affinchè si possa elaborare un Piano complessivo di utilizzo delle stesse, senza disperderle. Occorre ricostruire una forte coesione sociale affinché tutte le persone siano coinvolte nelle scelte. Per uscire dalla crisi migliori.

IL FALLIMENTO DELL’IDEA DI SVILUPPO
Non è possibile ancora valutare con certezza la portata della crisi in atto, ma alcuni suoi aspetti sono ormai evidenti.
Innanzitutto non si tratta di una crisi esclusivamente finanziaria, come dimostrano i dati sull’economia reale, che tracciano un quadro ormai di chiara recessione, almeno, per ora, in tutti i paesi sviluppati.
La crisi economico-finanziaria si inserisce inoltre in una situazione estremamente critica in campo ambientale, che ha nel cambiamento climatico in atto la sua manifestazione più evidente. A ciò si aggiungono le tensioni nei mercati delle materie prime, in particolare energetiche ed alimentari, non certo risolte dalle spinte recessive che hanno depresso i prezzi; tensioni che rappresentano sintomi inequivocabili di una disponibilità che si va esaurendo, almeno nella misura alla quale eravamo abituati.
In una situazione di questo tipo la domanda che ci si deve porre non è tanto in che modo uscire dalla crisi, ma verso quale modello economico-sociale è necessario indirizzare l’evoluzione delle nostre comunità (locali, nazionali, regionali, mondiale), per superare il momento attuale e garantire all’umanità un futuro ambientalmente, socialmente     ed economicamente sostenibile.
Da questo punto di vista la crisi non si presenta solamente come il fallimento di un’idea di di sviluppo o, come sostengono alcuni, dell’idea stessa di sviluppo basata sullo sfruttamento delle risorse disponibili, sull’assenza del concetto di “limite”, ma appare come un’opportunità straordinaria di cambiamento.
Se qualcuno sta pensando che, una volta stabilite nuove regole per la finanza ed esaurita la necessità di intervento dello stato nell’economia, tutto possa tornare più o meno come prima, significa che non ha compreso la dimensione e la natura del fenomeno in corso.
In questi mesi si è usato spesso, per dare un’idea della profondità degli effetti che si potrebbero produrre sul corpo sociale, paragonare la situazione attuale con la “grande depressione”, iniziata con la crisi di wall street del 1929. Il mondo che è uscito da quella crisi e dalla guerra mondiale ad essa, almeno in parte, collegata, non era più quello che vi era entrato quindici anni prima. Quella crisi ha portato, almeno nelle società occidentali, profondi cambiamenti nell’impostazione dei rapporti tra capitale e lavoro e nel ruolo dello stato nell’economia e nella società.
la crisi attuale, con ogni probabilità, produrrà trasformazioni di portata paragonabile.

IL CAMBIAMENTO POSSIBILE E NECESSARIO
La direzione e la natura della trasformazione, se questa andrà a ridurre o ad acuire le diseguaglianze e le ingiustizie, se andrà o meno a rendere più sostenibile il sistema socio economico mondiale, dipende da ciò che sapremo mettere in campo in questa fase, a cominciare dalla capacità di analisi dei fenomeni in  atto e dall’individuazione dei soggetti che possono essere  protagonisti del cambiamento. Straordinario è il lavoro che va prodotto in questa direzione, in particolare se confrontato con la necessità di agire il più rapidamente possibile, prima che il probabile disastro sociale apra definitivamente la strada a soluzioni regressive e repressive.
E’ necessaria da questo punto di vista una grande capacità di innovazione sia della proposta sia del modo di agire, rispetto a quanto la sinistra, più o meno radicale, ha messo in campo negli  ultimi anni.
Quello ecologista è stato ed è l’unico approccio politico-culturale che, almeno in una certa misura, ha messo a disposizione gli strumenti per prevedere ciò che ora sta accadendo.
Una proposta adeguata all’importanza del momento deve prendere in considerazione molti se e molti ma; è fuori di dubbio però che mai come in questo momento le proposte e le scelte, da avanzare e da fare, al livello locale, devono tenere conto della dimensione globale in cui vanno ad inserirsi.

IL MERCATO E LA VITA DELLE PERSONE
Ormai sta diventando senso comune identificare le cause della crisi nell’eccessiva libertà lasciata al mercato: ancora risuonano le critiche ai “lacci e ai laccioli”, quando sarebbero a malapena bastate le catene di marxiana memoria.
Minore attenzione è riservata al fatto che negli ultimi anni una politica, che oggi non può che apparire dissennata, ha cercato, in tutti i modi, di trasferire nell’ambito del  mercato ogni aspetto dell’attività umana, in particolare quelli dai quali più direttamente dipende la qualità della vita delle persone. I servizi pubblici locali, a cominciare da quelli più essenziali come l’acqua, la sanità, i trasporti, l’istruzione, sono stati oggetto di  un’offensiva senza precedenti perché si giungesse alla loro  privatizzazione. L’attività agricola, che sta alla base della  sopravvivenza stessa degli individui, è stata in modo cosciente (si pensi ai piani di aggiustamento strutturale imposti ai paesi poveri da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) subordinata al mercato internazionale, tanto che paesi fondamentalmente agricoli sono ormai incapaci di provvedere alla sussistenza della propria popolazione.
Il denaro doveva diventare la mediazione necessaria per soddisfare qualsiasi bisogno e, addirittura, per accedere ai diritti fondamentali, affinché le occasioni di redditività per i possessori di capitali potessero moltiplicarsi. Poiché però la concorrenza internazionale, in un mercato globale,imponeva di tenere bassi i salari, si è gonfiato il più possibile il credito, con i risultati che abbiamo visto.
Per anni abbiamo sostenuto che in una fase consolidata di progressivo assottigliamento del ruolo della politica e di egemonia del mercato e della finanza non ci si poteva aggrappare all’illusione che qualche lieve aggiustamento del sistema bastasse a risparmiarci: i meccanismi del capitalismo globalizzato che hanno massacrato l’ambiente e tagliato fuori due terzi della popolazione mondiale, per quale ragione, in un quadro di netta e certa riduzione delle risorse disponibili, dovrebbero rivelarsi meno feroci con noi, occidente? Il controllo delle risorse non è sufficientemente diffuso da offrire garanzie e i contributi teorici che il movimento ecologista ha messo a disposizione del dibattito in questi anni, sono stati quasi sempre ignorati nella pratica anche dalle altre forze della Sinistra: dalle teorie bioeconomiche alle ipotesi di sviluppo umano e sociale senza crescita economica, dalla introduzione, e dalla critica, del concetto di sviluppo sostenibile all’idea di una società sobria e conviviale.
Eppure questa è la strada per uscire dalla crisi e per uscirne diversi e migliori. In un momento di grande crisi della rappresentanza e di vasto disconoscimento di un debito sociale reciproco, è difficile pensare che la politica possa ricostruire, rinnovare e riprogettare i luoghi su cui fondare una nuova concezione del senso di appartenenza ad una comunità.
Tuttavia bisogna tentare, forti del riconoscere la politica in ogni luogo e convinti che un nuovo “patto sociale” sia elemento necessario per impedire che la crisi porti ad una restrizione degli spazi di democrazia come risposta allo scontro sociale.
L’episodio che ha visto gli operai inglesi protestare contro l’arrivo di operai italiani in Gran Bretagna e il governo italiano affermare il diritto alla “libera circolazione dei lavoratori europei in Europa”, mentre solo due settimane prima aveva di nuovo varato il “doppio binario” per i lavoratori rumeni in Italia, anch’essi europei, (ma che possono entrare nel nostro paese solo se impiegati in alcuni specifici settori) è episodio emblematico di contraddizioni e tensioni destinate ad esplodere se non si sarà in grado di portare avanti proposte complessive che si configurino come risposte in grado di produrre effetti di breve, medio e lungo periodo per realizzare una trasformazione profonda.

LE PROPOSTE VERDI PER USCIRE DALLA CRISI DIVERSI E MIGLIORI

PERCHE’ NON PAGHINO I PIU’ DEBOLI
da oggi ai prossimi mesi

La crisi non la devono pagare le parti più deboli della società; per questo sono necessarie misure che estendano la protezione sociale e iniziative a difesa dei posti di lavoro.
In Italia solo il 20% dei disoccupati percepisce un sussidio e questa misura deve essere estesa a tutti i disoccupati.
Introdurre una moratoria affinché a nessun utente vengano interrotte forniture essenziali (acqua, elettricità, gas, telefono) perché non è in grado di pagare le bollette. In attesa di una legge dello Stato è necessario che gli Enti Locali raggiungano intese in questa direzione almeno con le Aziende dei Servizi Pubblici locali (è evidente come ciò sarebbe più semplice se le società fornitrici fossero di diritto pubblico), anche verificando la possibilità che esse creino delle specifiche Fondazioni con lo scopo di sostenere i più deboli.
E’ necessario inoltre agire sulle tariffe introducendo criteri a favore dei redditi più bassi: questa operazione è più semplice per i servizi nei quali un aumento degli utenti non provoca un aumento dei costi, come ad esempio nei trasporti. Le aziende devono emettere titoli di viaggio gratuiti, o quasi, per chi perde il lavoro e non ha ammortizzatori, senza dovere investire risorse aggiuntive, dato il livello di utilizzo attuale dei mezzi pubblici.
Difendere i posti di lavoro, anche agendo  sull’accesso al credito per le imprese, in particolare quelle piccole, i cui lavoratori non hanno nemmeno la cassa integrazione. Occorre sostenere le imprese che non licenziano, che prevedono assunzioni di donne e giovani e la cui produzione sia legata all’innovazione tecnologica e alla sostenibilità ambientale. Non hanno senso comunque gli sconti sulle procedure di carattere urbanistico e ambientale, che alcuni, approfittando del momento, continuano a chiedere: nessuna iniziativa imprenditoriale seria può essere scoraggiata dal rispetto della legge. Indispensabile inoltre rafforzare le verifiche e i controlli sui contratti di lavoro e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro per evitare che la crisi venga utilizzata per trasformare in lavoro nero i contratti “atipici” e per ridurre la sicurezza dei lavoratori.
Mobilitare e sostenere adeguatamente tutte le forme di assistenza sociale, sia pubbliche, sia private, a partire dalle forme di associazionismo e di volontariato presenti nel corpo sociale: un ruolo importante lo possono svolger ad esempio i centri sociali, per anziani e non.
Nella gestione del personale gli enti pubblici non possono in un momento come questo adeguarsi supinamente alla volontà del governo di ridurre il numero degli occupati: le decisioni del Governo (blocco assunzioni per gli Enti Locali, taglio dei lavoratori precari di scuola e Università)aggraveranno la crisi e amplieranno il numero di persone senza lavoro. Occorre quindi una azione per fermare queste scelte.

COSTRUIRE UNA SOCIETA’ PIU’ RESISTENTE
da oggi in poi, per il medio periodo

Ridurre il campo di azione del mercato, per mettere al riparo la più grande parte possibile degli aspetti che hanno a che fare con la vita delle persone dai rischi insiti in tutto ciò che ha come fine la realizzazione di un profitto: naturalmente è necessario partire con le funzioni legate al godimento di diritti fondamentali e alla necessità di una vita dignitosa: oltre ai servizi essenziali (l’acqua, l’istruzione, la sanità, la casa).  Per perseguire questo obiettivo è necessario agire sulle funzioni pubbliche, ma, al tempo stesso, è indispensabile difendere, rivitalizzare e riscoprire, se necessario, le strutture e le forme di cooperazione sociale, che tradizionalmente hanno garantito la base della qualità della vita delle persone. Rientrano in questo campo gli usi civici ancora presenti nelle nostre comunità (ad es. gli orti sociali, le fontane pubbliche, le biblioteche (ora anche emeroteche, videoteche, ecc.), i musei, il verde pubblico. Vanno  promossi gli scambi non mercantili sia relativi al tempo e alle competenze (banche del tempo formali e non formali), sia relativi ai beni (prestito, scambio, mercatini del riuso). In questi anni sono state sperimentate moltissime buone pratiche in questo campo, anche dalle pubbliche amministrazioni; è da lì che bisogna partire. Va favorita, per quanto possibile, la possibilità di produrre per l’autoconsumo anche in relazione ai prodotti dell’artigianato.
Accorciare le filiere, per un’economia più solida in quanto più centrata sul mercato interno alla comunità. Questa proposta non va confusa con il protezionismo; si tratta semmai di tornare ad una impostazione in cui la priorità è la soddisfazione diretta dei bisogni della comunità e solo dopo viene lo scambio con l’esterno. La logica della filiera corta non è propria solo del mercato dei prodotti agricoli; può essere applicata anche ad altri ambiti, propri della  produzione industriale. Si prenda ad esempio l’energia. Il fabbisogno energetico di una famiglia può essere soddisfatto tramite l’acquisto di energia, nelle varie forme, a condizioni date di efficienza energetica dell’abitazione e dei diversi apparati. In alternativa può essere soddisfatto migliorando l’efficienza energetica dell’abitazione e degli apparati e acquistando solo il minimo necessario dai fornitori di energia. Nel primo caso la filiera arriva fino alle multinazionali dell’energia, con tutto ciò che ne consegue. Nel secondo buona parte del flusso finanziario si ferma in sede locale, contribuendo a garantire reddito ad altri componenti la comunità (nell’esempio gli artigiani del settore edile e impiantistico).
Investire nelle opere pubbliche è stato un elemento fondamentale della ricetta che ha consentito di uscire dalla Grande depressione degli anni trenta. E’ un’azione che crea occupazione, sostenendo in questo modo la domanda aggregata, fondamentale per la ripresa del ciclo economico. E’ ovvio però, che non tutte le opere pubbliche vanno ugualmente bene, anzi. Proprio in questo campo è necessario lo sforzo maggiore per fare in modo che le scelte di oggi siano funzionali alla società che auspichiamo per il domani. Un sistema dei trasporti basato sul mezzo privato aveva già mostrato la sua insostenibilità già prima che la crisi finanziaria mettesse definitivamente in ginocchio l’industria automobilistica: non ha senso quindi investire in strade e autostrade, semmai in ferrovie ed idrovie. Oltre a queste, le fonti energetiche rinnovabili, l’edilizia scolastica e sanitaria, le reti idriche, la manutenzione del territorio, potrebbero essere gli interventi principali di un “New Deal verde”, in grado non solo di rispondere alle esigenze contingenti, ma di guardare realmente al futuro. E’ chiaro che per avviare opere pubbliche gli Enti locali necessitano di poter utilizzare le risorse già disponibili, ma bloccate dal “patto di stabilità” che va allentato.

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