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SCUOLA, RICERCA, UNIVERSITA’, FORMAZIONE

Istruzione, ricerca e cultura devono rappresentare il vero investimento per il futuro, soprattutto in un momento di crisi complessiva di sistema. Se si vuole costruire un mondo nuovo è necessario porre al centro dell’attenzione la conoscenza e le forme della sua socializzazione, destinare ad esse le risorse necessarie e ridefinire un quadro normativo in linea con i più avanzati Paesi Europei.
L’Italia sconta una politica per l’istruzione basata su nessuna visione strategica e una costante tendenza a tagli indiscriminati, tradotta dal governo di centrodestra in scelte definitivamente penalizzanti per questi settori e per i diritti di tutti.
Le istituzioni formative e culturali hanno certamente bisogno di profonde riforme che non possono tuttavia prescindere dal garantire a tutti, sull’intero territorio nazionale, la parità di condizioni di accesso al diritto all’istruzione e la qualità della stessa.
La “Riforma”
La riforma Gelmini si è focalizzata, contro ogni buon senso, sulla scuola elementare – il comporto riconosciuto a livello europeo come il meglio funzionante del sistema scolastico italiano – con l’effetto di colpire alcuni dei suoi aspetti qualificanti e di indebolire la scuola pubblica, a vantaggio del privato (per chi potrà permetterselo). Il Governo Berlusconi ha previsto tagli pesantissimi all’organico dei docenti e collaboratori a tutti i livelli, che colpirà prevalentemente le fasce sociali più esposte alla crisi occupazionale. I tagli di organico – che non sono compensati da alcun aumento degli stipendi base, bassissimi – porteranno inevitabilmente a un deterioramento dell’offerta formativa. La reintroduzione dei voti e del 5 in condotta, presentata quasi come una “panacea” al degrado dell’istruzione, impedisce di affrontare un problema che riguarda tutto il processo educativo e tutti i soggetti coinvolti, famiglie comprese. Il ritorno – dopo decenni – al “maestro unico” elimina di fatto la specializzazione raggiunta dagli insegnanti e una esperienza didattica all’avanguardia, necessaria per fornire un sostegno soprattutto alle classi dove convivono più fattori di rischio, di facilitare l’adattamento di tutti gli alunni, di educare ad una società sempre più complessa e molteplice, ed era peraltro il modello che consentiva di estendere  il tempo pieno come sistema.

Il ruolo degli Enti Locali
Le domande di iscrizione alle future prime classi elementari, per l’a.s. 2009/10 , confermano, anche nella nostra provincia l’aumento di richiesta per il tempo pieno, ma la libertà di scelta delle famiglie difficilmente troverà risposte adeguate. I dirigenti dovranno fare i conti con un organico insufficiente; le compresenze e le attività di laboratorio diventeranno impossibili così come le attività di recupero degli studenti in difficoltà. Tra essi, sicuramente, vi saranno i figli di migranti, il cui numero nelle classi è in costante crescita. Per questi alunni si deve rifiutare con decisione l’ottica discriminatoria delle “classi differenziate” ed adottare invece le forme di sostegno che favoriscono l’integrazione. La mancanza di politiche adeguate da parte del Governo centrale rende indispensabile stanziamenti di maggiori risorse da parte degli Enti per mediatori e facilitatori linguistico-culturali, per attivare corsi intensivi di lingua italiana quando necessari. Si devono inoltre destinare risorse per  l’assunzione di educatori di ruolo per facilitare l’integrazione e per il sostegno di alunni diversamente abili nelle classi ordinarie.
L’attuale Governo ha rimandato all’ a.s.  2010/11 la riforma della  scuola secondaria di secondo grado, ma già dal prossimo anno anche per questo comparto si profila l’effetto tagli all’organico con l’impoverimento dell’offerta formativa. Per le Medie inferiori il tempo prolungato di fatto è sempre più difficile da realizzare, e per i nuovi iscritti in prima media non ci sarà più la seconda lingua comunitaria obbligatoria, come è stato finora,  e come, in base alla Legge dell’Unione Europea, è già per i loro coetanei degli altri paesi europei.
Le condizioni dell’edilizia scolastica in Italia sono note, eppure la Riforma Gelmini non tocca questo aspetto e avrebbe dovuto dal momento che prevede però l’aumento del numero di alunni per classe.  Da molti anni ormai gli Enti Locali devono far fronte alla situazione con risorse proprie poichè la legge di riferimento non è stata più finanziata da alcuno degli ultimi Governi.
In un quadro così difficile è indispensabile, per favorire il mantenimento di molte esperienze positive nel nostro territorio, che gli Enti Locali, nonostante tutto, concentrino maggiori risorse economiche sia per l’edilizia scolastica sia per la gestione delle scuole.
L’attenzione alla qualità e all’efficacia della rete dei “trasporti scolastici” urbani ed extraurbani deve inoltre aumentare; il coordinamento tra scuole, enti locali e aziende di trasporti deve farsi più efficace per giungere ad un’offerta di linee e frequenze adeguata e compatibile con gli orari scolastici, anche al fine di implementare in modo consistente “per tutti” l’uso del trasporto collettivo, così come previsto dal Piano di Tutela e di Risanamento della Qualità dell’Aria.
I Comuni e la Provincia, competenti per le attività e i finanziamenti in materia di servizi educativi per la prima infanzia, diritto allo studio, borse di studio, buoni libro e integrazione scolastica devono inevitabilmente trovare risposte immediate a sostegno del reddito delle famiglie maggiormente colpite dalla crisi e tra i provvedimenti necessari vi è sicuramente la tutela del diritto allo studio. Vanno adottate forme concrete per sostenere i costi dei trasporti scolastici, delle mense, dei testi scolastici.
E’ competenza della Provincia la programmazione dell’offerta educativa del territorio provinciale e l’organizzazione della rete scolastica. Eventuali ridimensionamenti e la riorganizzazione devono però avvenire in un confronto condiviso con la comunità coinvolta e dopo un’attenta valutazione delle reali necessità di chiusura delle scuole.

L’Università

Una riforma complessiva ed organica del sistema universitario è una priorità, ma non a costi zero o imponendo tagli e decisioni assunte senza confronto e condivisione. L’individuazione degli sprechi (la moltiplicazione di corsi, di facoltà, di sedi), la razionalizzazione della spesa, la valutazione periodica della qualità del sistema universitario introducendo parametri già in uso in altri Paesi Europei, una più trasparente ed efficace gestione, la lotta alla corruzione, il superamento della logica delle baronie sono azioni indispensabili.
Ma non è questo che sta avvenendo con i provvedimenti (leggi 126 e 133) approvati dal Governo Berlusconi a partire dall’estate scorsa. Si sta invece minando il carattere pubblico dell’Università e la sopravvivenza della Ricerca in Italia. I tagli indiscriminati ai finanziamenti pubblici alle Università statali toglieranno ogni margine di manovra per politiche di risanamento e di introduzione di meccanismi di innovazione, internazionalizzazione e meritocrazia.
La possibilità di trasformare le Università in Fondazioni era già prevista dall’ultima Finanziaria Prodi. Un errore, secondo noi, che ha aperto la strada alle proposte ancora più nette del Governo Berlusconi dove la volontà di privatizzazione viene spacciata come ricerca di autonomia per l’Università. Ma l’autonomia è già in essere ed è uno degli elementi che potrebbe consentire, nonostante i tagli, scelte differenti e molto più coraggiose anche da parte delle stesse Università, la nostra compresa.
Difendere le Università dai tagli del Governo non può significare fingere di ignorare che le Università possono già oggi scegliere se attivare una miriade di corsi o evitarlo; se adottare un sistema di verifica della qualità sul modello di altri Paesi Europei o no; se utilizzare le risorse disponibili per mantenere in essere il lavoro dei ricercatori precari e per fornire servizi primari agli studenti o per altro; se limitare gli sprechi nelle forniture di materiali studiando “filiere corte” o no; se dotarsi di strumenti interni di governo che consentano di assumere decisioni in organismi ampi o se accentrare il potere in poche mani. Non sono dettagli.
Ferrara è una città universitaria. A Ferrara l’Università ha saputo dare in questi anni un maggiore contributo economico e culturale assumendo un ruolo importante nello sviluppo della città e del territorio provinciale, in un rapporto più stretto con le Istituzioni, le realtà economiche e culturali.
Perchè questo lavoro possa continuare occorre certamente un impegno dell’intera comunità contro i tagli previsti, una concertazione sulla ricerca e l’applicazione pratica dei risultati, ma anche, da parte dell’Università, la scelta di divenire sempre più parte della città e di rendere la città sempre più informata delle scelte che l’Università compie. Questo significa anche avviare un percorso condiviso per potenziare e verificare la qualità e il reale costo  dei servizi in relazione alla mensa e alla politica degli alloggi; significa svolgere, da parte degli Enti locali un ruolo attivo all’interno del Comitato Sostenitori dell’Università chiedendo di monitorare la coerenza dell’offerta didattica con le vocazioni del territorio, le scelte in materia di reclutamento del personale e di sostegno ai gruppi di ricerca. Riteniamo inoltre opportuno che gli Enti locali chiedano all’Università di cambiare le normative interne per garantire una maggiore e reale partecipazioni di tutti i soggetti.
Infine, sembra elemento marginale ma non lo è né in termini pratici né a livello culturale, vorremmo che l’Università collaborasse con Comune e Circoscrizioni per fermare l’avvilente fenomeno, in costante e degradante crescita, di quei festeggiamenti post laurea basati su lancio di uova e farina sulle facciate degli antichi palazzi e case del centro storico.

La Formazione professionale e i Centri per l’Impiego

La crisi metterà in evidenza ogni giorno di più l’inadeguatezza dell’attuale sistema di formazione professionale, basato su corsi legati ad un’idea di sviluppo e di crescita di settori assolutamente immobili, su margini di inefficienza che finiscono con il determinare sprechi delle non trascurabili risorse pubbliche che questo ambito assorbe. Occorre rinnovare profondamente questo comparto e capire se i diversi Enti di formazione stanno in piedi perché necessari o perché nel tempo si è consolidato un meccanismo di “divisione” di settori e risorse predefinito a scapito della stessa qualità dell’offerta; occorre attivare un maggiore controllo sugli effettivi risultati e orientare l’offerta verso percorsi formativi coerenti con un nuovo modello economico di sviluppo sostenibile del territorio.
Indispensabile anche un ripensamento sui Centri per l’Impiego, sul loro ruolo e sulla loro efficacia oggi molto limitata. Sarebbe opportuno concentrare l’attività di questo servizio su ambiti specifici.

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