“…il ruolo del pubblico deve, a nostro avviso, non solo restare centrale, ma rafforzarsi ampliando la propria capacità di erogare servizi e di operare verso una sempre maggiore co-progettazione con il privato sociale, al fine di creare una più stretta rete di protezione sociale e di evitare il rischio di una progressiva privatizzazione dei servizi.
In una fase di ridefinizione dei sistemi e delle modalità di protezione sociale è necessario avere ben chiaro che il “terzo settore” non va inteso come compensazione al pubblico che non c’è, bensì come risorsa che si sviluppa con il processo di trasformazione sociale e per il quale occorrono specifiche normative atte a garantire il superamento delle attuali condizioni di lavoro, l’accentuarsi del ruolo operativo/produttivo e la cultura dell’appalto al minimo costo, introducendo sempre più elementi di valutazione extra – economici. Le imprese no profit vanno cioè ricollegate a finalità di carattere etico, sociale, civile, ideale che non possono essere messe da parte in nome di calcoli squisitamente economici (vedi gare e appalti al massimo ribasso).
Pensiamo, dunque, ad un soggetto pubblico disposto a superare i propri attuali confini e ambiti di competenza e ad un mondo dell’associazionismo e dell’impresa sociale chiamati ad un ruolo di “connettore sociale”, per giungere ad un “mercato sociale dei servizi”, elemento essenziale di un ritrovato patto sociale e solidale in una società in via di trasformazione.”
Questo scrivevamo nel nostro programma per le elezioni amministrative del 2004 e che rimane tuttora pienamente valido.
In questi cinque anni la spinta innovativa e propulsiva del Terzo Settore (volontariato, associazionismo, cooperazione sociale) si è in parte affievolita causa un forte ritorno del primato della politica sul sociale una legislazione vecchia non al passo con le nuove sfide che aspetta il Terzo Settore e lo scarso coinvolgimento dei soggetti di Terzo Settore nei tavoli della concertazione.
Nell’ormai lontano 1996 il primo Governo Prodi aveva siglato un patto con i soggetti di Terzo Settore che li rendeva a tutti gli effetti partecipi del tavolo della concertazione assieme ai sindacati e alle imprese riconoscendone il grande valore economico e sociale. Da allora sono stati fatti grandi passi indietro da questo punto di vista. La politica si è riappropriata della rappresentanza sociale; dopo gli anni della crisi della politica e dell’emersione dei movimenti e delle forme organizzate della società civile (associazionismo e volontariato in primis) che sembravano i nuovi depositari della rappresentanza sociale, la politica nella forma partitica si è riappropriata degli spazi e delle sedi di governance, soffocando la pulsione partecipativa dell’associazionismo.
Anche una risistemazione della frammentata normativa sul terzo settore contribuirebbe a rilanciarne il ruolo, in primis rivedendo e razionalizzando la tenuta dei registri (comunali, provinciali, regionali, nazionali) diventati troppi e che, anziché svolgere una funzione di valore aggiunto per gli organismi iscritti si sono trasformati in meri adempimenti burocratici.
Anche i Piani di zona che potevano rappresentare uno strumento importante per definire politiche concertate tra Ente pubblico e privato sociale, sono stati depotenziati sia dall’esiguità delle risorse economiche a disposizione sia da una gestione burocratica traducendosi sostanzialmente nel mantenimento dei servizi essenziali già consolidati degli Enti pubblici. Anche in questo caso, con l’occasione della nuova progettazione dei Piani di zona occorre rilanciare il protagonismo del Terzo Settore affinando gli strumenti di consultazione e tenendo conto degli elementi critici espressi dai soggetti coinvolti.
Stiamo entrando in una delle più difficili crisi economiche degli ultimi decenni. In questa situazione il Terzo Settore può dare un contributo fondamentale, non per far risparmiare le amministrazioni pubbliche attraverso le gare al massimo ribasso, ma come coinvolgimento dei cittadini nella co-progettazione dei servizi, nella partecipazione e nella scelta, in servizi sempre più orientati verso i cittadini e che i cittadini si possono scegliere.
L’associazionismo in senso lato è un grande depositario di capitale sociale e un fattore decisivo di coesione sociale, solidarismo e partecipazione democratica, per questo va sostenuto e incentivato. A livello nazionale con il riordino della normativa di settore e la revisione del Titolo Secondo – Libro Primo del Codice Civile; a livello locale attraverso sgravi fiscali sui tributi locali (ICI, TIA/TARSU, imposta sulla pubblicità, diritto sulle pubbliche affissioni, occupazione suolo pubblico), facilitazioni in ambito urbanistico con interventi specifici sulle destinazioni d’uso degli immobili utilizzati come sedi dalle associazioni (come già prevede la legge regionale), l’assegnazione in comodato d’uso di immobili pubblici ad enti di Terzo Settore ovvero agevolazioni per spese di utenze per immobili non pubblici, possibilità di utilizzo di strumentazione tecnica (computer, stampa, fotocopiatrice) di proprietà comunale. Occorre inoltre garantire l’applicazione del contratto nazionale di settore indicandola come condizione per partecipare ai bandi di esternalizzazione di servizi pubblici; essenziale, infine, che gli Enti locali provvedano ai pagamenti per i servizi gestiti dai diversi soggetti del terzo settore senza i ritardi attuali, ritardi che mettono in seria difficoltà tutto il comparto.
